Di sette figli ero la seconda, la gioventù ho passato nella Maremma a far carbone e tagliar legna. Ricordo quella mattina che si partì per la Pescia fiorentina; si partì io, il fratello, il babbo e il nonno sperando a casa di far ritorno e questo per me fu un triate giorno, piangevo e mi disperavo ma niente rimediavo ma era questo il nostro destino di andar a guadagnare qualche quattrino e nel salutar fratrelli, sorelle e mamma mia mi sentii un colpo al cuor e tanta malinconia.

Quando si fu arrivati alla Pescia fiorentina, ci aspettava il padrone per portarci nella foresta e dicendo lavorate poi di me non vi lamentate. Una capanna si costruì quel giorno per ripararsi dalla pioggia e dormir quel poco sonno, il letto era fatto di legna e frasca e quella era la meterassa, le felci facevano da guanciale e le coperte erano da militare. Il giorno dopo ci si mise a lavorare e lì vi erano molte persone che lavoravano per il solito padrone; il padrone, una persona di stima e di talento, portava a tutti il nutrimento; ogni settimana portava baccalà, formaggio, farina e ogni tanto l'agnello, il cibo per tutti era quello.

Il pane ogni tanto lo andavo a cercare da brava gente, erano contadine genta brava che non so descrivervi io, mi davano ogni grazia di Dio, tornavo sempre carica di ogni bontà, Dio gli dia sempre del bene in quantità, carissime signore contadine non vi potrò scordar.

Ed ora vi dir del mio lavoro era quello di lavorare come loro, senza pietà nè compassione mi portarono a levare carbone, poi dovevo far la sentinella, sempre sotto a quella stella e portare acqua perchè non bruciasse il carbone nella piazza, assicurato il carbone dovevo fare la catasta lo prendevo con le mani e lo mettevo a giro nella piazza, poi prendevo il rastrello e cercavo di tirar vi aquello più bello, e intanto i miei uomini erano a levare carbone in un'altra piazza e a me toccava la solita operazione; arrivata l'alba era l'ora di fare colazione, cosa si mangiava: un po' di polenta arrostita e  formaggio, chi aveva appetito mangiava e l'altro guardava, io sognavo una tazza di caffè e latte ma non era possibile.

Era arrivata l'ora di ripartire, il mio babbo ci diceva via di corsa, lesti lesti, chi involgeva, chi zappava, chi copriva, tutto il giorno a reclamare! Babbo mio se credevo in Maremma non venivo, in convento me ne andavo e così ti arrangiavi, la compagnia ti trovavi.

Ora basta e ascoltate bene finiamo il lavoro che ci conviene, fatto i conti con il padrone, babbo mio provò emozione a vedere tutti quei soldi si tornò a casa contenti e felici a riabbracciare la famiglia, parenti e amici; però ho detto e lo farò un carbonaio non sposerò. Termino qui con malinconia, potrei scrivere la storia infinita; la storia infinita che dura una vita.

Scritto da Maria Guglielmi, Castellare (PT) e trascritto il 06/12/2001