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Il Meo in Maremma di Alberto Nesi Lo abbiamo incontrato lungo la strada interpoderale che partendo dalla Riola (1) porta alla foresta dell'Acquerino, nel cuore dell'Appennino Tosco Emiliano, Alto, magro, con il berretto calato sulla fronte per riparasi dalla tramontana che spira gelida dalle scollacchie (2) vicine, è uno degli ultimi carbonai ancora in attività. Ha da poco finito di spianare la piazza (3) ed incomincia a trasportare le ceppe di palo per rizzare la rocchina (4), il nucleo interno della carbonaia, intorno al quale verranno poi appoggiati i tronchi più sottili. Sotto la mano abile ed esperta del vecchio montanaro, la carbonaia assume ben presto la caratteristica forma conica. Le ultime file di bacchiole (5) servono a chiudere eventuali fessure che potrebbero danneggiare la cottura della legna. Sul ciglio della piazza sono pronte le chiove (6) che servono da copertura. Alla fine del suo lavoro il carbonaio mette a fuoco la carbonaia riempiendo il camino di frasche e sterpaglie e mozzi tagliati a misura. Con un punteruolo vengono aperte le fumarole lungo la fiancata della carbonaia. Da quel momento inizia la lenta cottura della legna che ben presto verrà trasformata in scintillanti pezzi di cabon forte. Se il tempo è buono il vecchio carbonaio può permettersi anche qualche scappatina in paese per rifornirsi di cibo e tabacco per la sua tradizionale pipa. Se invece scoppia un temporale, l'acqua ammorta il fuoco ed allora invece del carbone, al momento della sommondatura (7), c'è il rischio di trovare solo tizzi, cenere e carbonella. Ormai ha superato la settantina ma il fumo della carbonaia gli fa ritrovare un po' dell'antico vigore. Ricorda con commozione le stagioni trascorse in Maremma nella tenuta dell'Armenti. "Comincia nel '29, qundo avevo appena compiuto dodici anni. Si era nel mese di settembre. In paese gli uomini stavano formando le ultime compagnie(8) e molti erano alla ricerca del meo(9). Un sabato sera arrivò a casa Denominato. Disse che aveva bisogno di un ragazzo sano da portare in Maremma a far polenta. Mia madre ci mise tutti e sette i fratelli in fila e noi si stava lì zitti e buoni a farsi tastare come se si fosse stati degli agnelli da macello. In ultimo si fermò davanti a me. Mi dette uno scappelloto e disse che mi avrebbe preso con sé per tutta la stagione. Dodici lire di paga per otto mesi di Maremma. Si partì la mattina dopo, alle quattro. Si fece a piedi tutta la strada fino alla stazione di Pistoia. Si prese il treno per Pisa e poi si salì in un vagone bestiame che ci portò fino a Grosseto. Verso le sette arrivò il capomacchia (10) con il calessino e ci accompagnò sul lavoro. La compagnia aveva preso a cuocere a cottimo (11) una lavorazione nelle Cannelle (12). Si trattava di legna di spacco. Grossi tronchi di forteto e ci voleva una gran fatica per portarli a misura per essere cotti. Il lavoro era duro per tutti ma si era contenti perché il capoccia ci diceva che si sarebbe guadagnato bene. Ci si alzava la mattina alle cinque. Gli uomini partivano subito a rivedere le carbonare, Io dovevo invece restare a capanna e preparare il caffè d'orzo. Quando era pronto riempivo la fiasca (13). Me la mettevo a tracolla e mi avviavo giù per la tagliata. Camminavo in silenzio lungo stretti sentieri. Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare lo scalpiccio del cinghiale che rufolava sotto le grandi madricine (14) secolari alla ricerca di qualche ghianda. Mi soffermavo qualche istante sottovento ad osservarlo, illuminato dalla luna. Immaginavo di avere il fucile: - Pan, pan … - e via di nuovo a corsa giù per il sentiero sempre con la paura addosso di arrivare in ritardo. Denominato mi aspettava sempre seduto accanto alla carbonara con la bocca impastata di polverino (15). Prendeva con avidità la fiasca e beveva a garganella la sua razione. Poi la passava ai compagni assetati. Si asciugavano la bocca con le maniche della camicia e si rimettevano al lavoro. Se il tempo era buono le carbonaie cuocevano bene. Allora c'era anche qualche momento di riposo per tutti. Se però si alzava il maestrale erano dolori. Le folate arrivavano all'improvviso ad alimentare il fuoco e sulle pareti della carbonara si aprivano le prime fessure e c'era il pericolo che tutto il carbone andasse a fuoco. Allora bisognava correre alla pozze con i barletti (16) e portare acqua per ore intere. Nelle nottate di gelo si restava a guardare le carbonare perché il fuoco non si spegnesse. Per combattere il freddo ci si metteva con le spalleappoggiate alle chiove calde e ci si copriva le gambe con il polverino tiepido. Certe volte il calore mi faceva assopire e allora il capoccia veniva a scuotermi tutto arrabbiato e minacciava di non darmi la paga. Nelle giornate di pioggia si restava chiusi in capanna per ore intere. Tutti approfittavano in quei momenti per svolgere le loro faccende. Però la maggior parte dovevo farle io. Denominato mi aveva insegnato a mettere le toppe ai vestiti, a fare rammendi, ad attaccare bottoni. Diceva che un buon carbonaio non doveva aver bisogno delle donne; per questo mi insegnava anche tutti i segreti della cucina. Imparai a fare il soffritto (17) con il rigatino di cinghiale e l'acqua cotta, una specie di zuppa povera, fatta con pane secco e acqua salata bollita a fuoco lento. La polenta di granturco era il nostro cibo quotidiano. Mi ci volle del tempo per imparare a cuocerla a puntino. Le prime volte riempivo il paiolo d'acqua e non riuscivo mai ad assodarla e dargli la giusta cottura. E quando la scolavo sul tovagliolo mi scappava da tutte le parti e gli uomini ridevano e mi prendevano in giro e dicevano che se avessi continuato me l'avrebbero fatta mangiare tutta a me. Si dormiva tutti insieme su una rapazzola (18) fatta di bacchiola coperte da uno strato di cartocci di granturco. E la notte era tutto uno scricchiolio. Le prime volte non riuscivo a dormire anche per il fumo che i ciocchi accesi spandevano in tutta la capanna. Poi ci feci l'abitudine e la sera, quando avevo finito di rigovernare i piatti, mi buttavo sulla rapazzola e senza levarmi neanche le scarpe mi addormentavo profondamente. Si rimase tutto l'inverno rintanati lassù in cima al poggetto senza mai scendere in paese. La spesa ce la portavan i vetturini che venivano a caricare il carbone.d un certo punto persi anche la cognizione del tempo e non sapevo più quanti mesi mancavano alla fine della stagione. Che t'importa - mi diceva Denominato - tanto fino a giugno nn si torna a casa - e ridacchiava divertito riempiendo la pipa di spuntature. Alla metà di maggio si finì di cuocere. Ci vollero poi più di una ventina di giorni per mandare via tutto il carbone. Alla fine della stagione Denominato ci portò tutti a fare i conti dall'Armenti. Rimasero chiusi in casa per delle ore a discutere e bestemmiare. Noi si aspettava sotto il portico a schiacciare zanzare. Verso sera Denominato uscì fuori tutto imbestialito sbattendo la porta. Prese la giubba, se la buttò sulle spalle e senza dir niente s'avviò verso Capalbio. Prima di lasciare il lavoro ci aveva promesso che si sarebbe presa la carrozza, invece si dovette fare tutto il tragitto a piedi. Nessuno ebbe il coraggio di chiedere spiegazioni o di reclamare. Solo quando si arrivò alla Pescia ci fece andare alla dispensa. Comprò un po' di pane e del pane sardo. Si bevve un po' di vino e poi di nuovo svelti verso la stazione di Orbetello. Si viaggiò tutta la notte su un accelerato che fermava in ogni stazione. Si arrivò a Firenze alle cinque e si dovette aspettare la coincidenza per due ore. A Pistoia c'era Dervilio con il legno, ma Denominato disse che si era fatta una Maremma magra e che bisognava andare a piedi. Otto chilometri sotto il sole rovente che pareva ti cuocesse la testa. In paese la gente quasi non mi riconosceva. Avevo i capelli che mi arrivavano sulle spalle e nero com'ero, dicevano che assomigliavo al garzone del magnano. Mia madre fu contenta di rivedermi. Però si arrabbiò subito quando si accorse che ero pieno di pulci e pidocchi. Il giorno dopo mi portò alla Bure. Prese le forbici e mi tagliò i capelli a zero. Poi mi spogliò e nonostante che io non volessi, mi tenne mezz'ora nell'acqua strofinandomi il corpo con un pezzo di pomice. Nel '48 feci l'ultima Maremma con una compagnia di anziani. Si andò a Montauto a cuocere una macchia di forteto. In sette mesi si mandarono più di duemila quintali di carbone e si guadagnò benino. Poi son sempre rimasto nei dintorni a cuocere qualche carbonara di palo. Ma oggi la legna di faggio non la coce più nessuno. La mandano tutti al macero per farci il truciolato!!" (1) Riola: strada panoramica provinciale che, partendo da Pistoia e attraversando la foresta dell'Acquerino, raggiunge Riola, piccola frazione ai piedi dell'Appennino Bolognese. (2) Scollacchia: avvallamento posto sul crinale di un monte (3) Piazza: piccolo spiazzo preparato dai boscaioli dove viene "involta" la carbonaia (4) Rocchina: nucleo interno della carbonaia formata da ceppe di faggio (5) Bacchiole: sottili rami di faggio usati per stendere l'ultimo strato della carbonaia prima di essere coperta con le chiove (6) Chiova: termine usato dai carbonai per indicare una pelliccia di erba e terra (7) Sommondare: operazione che consiste nel togliere le pellicce di terra quando la carbonaia è cotta (8) Compagnia: gruppo spontaneo di tre o quattro carbonai che ogni anno andavano a fare la stagione in Maremma o in Sardegna (9) Meo: il ragazzino che ogni compagnia si portava dietro per svolgere soprattutto i lavori domestici (10) Capomacchia: uomo di fiducia dei grandi proprietari terrieri della Maremma, incaricato di cercare i boscaioli ed i carbonai e di seguirli durante la lavorazione (11) Cuocere a cottimo: la compagnia veniva pagata in base alla quantità di carbone che veniva "cotto" (12) Cannelle: caratteristica località vicina a Talamone, ricca di boschi di forteto; un tempo meta preferita dai carbonai pistoiesi (13) Fiasca: grosso fiasco di circa due litri di capacità, rivestito di vimini (14) Madricine: piante di alto fusto che venivano lasciate durante il taglio del bosco (15) Polverino: polvere scura che proveniva dalla macerazione del carbone quando si faceva la rastrellatura. Spesso era causa di malattie polmonari (16) Barletto: piccolo recipiente simile ad un barile usato dai boscaioli per andare a prendere l'acqua alle sorgenti durante la stagione in Maremma (17) Soffritto: condimento per minestra o legumi preparato dai carbonai soffriggendo cipolle e pezzi di carne di maiale o cinghiale secco (18) Rapazzola: misero letto realizzato all'interno della capanna dei boscaioli. Era composto da una serie di sottili bacchiole, sopra alle quali venivano stese delle foglie secche o della paglia. Il tutto era sostenuto da alcuni tronchi che andavano da una parte all'altra della capanna.
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